10 REGOLE D'ORO PER VIVERE SERENI

1.
Quando hai dei sintomi che ti preoccupano (un dolore intercostale, un prurito inesistente, una macchia, nessuna macchia, cose di questo tipo) mai cercare informazioni su internet. Con internet dopo tre click sei già arrivato al tumore. Se non ti senti bene, vai dal tuo medico di base e lasciati rassicurare dalla sua incompetenza.

2.
Non cercare mai gli occhiali quando sei senza occhiali, è inutile. Siediti da qualche parte e aspetta, prima o poi ritorneranno.

3.
Leggi solo giornali in lingue che non conosci.

4.
Non metterti mai a discutere con degli sconosciuti, rischi solo di innervosirti. Che ti importa di persone a cui non tieni? Dai sempre ragione a tutti e, quando uno ti nomina la sua città natale, tu digli sempre “magnifica città, non credo esista posto più bello al mondo”, lo farai contento.
Esempio.


Io sono di Busto Arsizio.

Magnifica città, non credo esista posto più bello al mondo.

È orribile.

Hai ragione.


5.
Se per caso ti capita di sporcarti d’olio mentre apri una scatoletta di tonno, mi raccomando, non farti prendere dal panico. Devi resistere alla tentazione di versarti tutta la scatoletta sulle mani e spalmartela rabbiosamente addosso come fosse sapone. Respira profondamente e conta fino a cento, anzi, 1016. Che sarà mai un po’ d’olio? Se stai cenando con una scatoletta di tonno, i tuoi problemi sono altri.

6.
Rinuncia a cercare una logica nel comportamento umano, altrimenti finirai col perdere il senno e ti istupidirai come un qualsiasi babbeo. È successo a molti. Per esempio conoscevo un tizio che era uno stimato professionista nel ramo del commercio degli arredi da bagno, finché, un giorno, si è chiesto com’è possibile che alcuni si lamentino giorno e notte dei cosiddetti “politici corrotti” e poi, come se niente fosse, pretendano di essere pagati in nero. Il giorno dopo si è svegliato così


7.
Non fotografarti, così non saprai mai che sei invecchiato.

8.
Quando ti accorgi che uno sta cercando di fregarti, cerca di facilitargli il compito, così almeno si sbriga. Opporsi non serve a niente, prolunghi solo l'agonia. Io, quando uno mi si avvicina per propormi un “affare”, gli do direttamente 50 euro.

9.
Non iniziare mai a bere Champagne, è come la famosa pillola rossa di Morpheus: dopo che l’avrai presa, ogni altro vino ti sembrerà succo di frutta scaduto.

10.
Cerca di vedere le persone come se fossero cavalli, tutto ti sembrerà più accettabile.

L'ABISSO

CIOLEK & BASU

Iniziamo?

Vorrei aspettare il signor Ciolek, se non le spiace.

Sono io.

Ah, mi scusi... allora intendevo dire che vorrei aspettare il signor Basu.

Io sono il signor Basu.

Pensavo che Ciolek & Basu fossero due persone diverse.

È così, io sono Ciolek e io sono Basu. Possiamo iniziare ora?

Di cosa vi occupate?

Regioni di formazione stellare.


WOW!

In banda radio.


Wow...

Già.

E poi?

Basta.

Formazione stellare, quindi.

Esatto. Io mi occupo della formazione e io dello stellare, poi incrociamo i dati e vediamo che fare. Saper organizzare bene il lavoro vuol dire molto, concordo pienamente. In cucina, per esempio, diglielo, io mi occupo del cibo e io delle stoviglie. Separatamente.

Da quanto tempo studiate la formazione stellare?

Oggi è lunedì?

Sì.

Da sempre.

E non avete ancora finito?

È un campo di ricerca molto vasto. Ancora oggi non si sa quasi nulla delle regioni di formazione stellare, si sa cosa sono, di cosa sono composte, come si formano, da cosa si formano, cosa formano, come, quando e perché, ma per esempio non si sa la loro temperatura, o meglio, non si sa la loro temperatura al centro, cioè la si sa, ma non con la precisione necessaria per poter dire che la si sappia con la precisione necessaria. Per esempio noi abbiamo scoperto che non è 7.98 gradi Kelvin come tutti pensano.

Ah, no?

È 7.96.

Affascinante... e cosa pensate del problema della materia oscura?

Noi ci occupiamo di formazione stellare.

Esiste vita nell’universo?

Non lo so, ma se esiste e si trova al centro di una regione di formazione stellare, la sua temperatura è 7.96 gradi Kelvin. Aspetta! Cosa? 7.95. Sul serio? Giuro! Non mi stai prendendo in giro? Lo sai che non scherzo mai sulla temperatura delle regioni di formazione stellare. Bisogna festeggiare! Crutcher & Troland stiamo arrivando!

Crutcher & Troland?

È la concorrenza.

Anche loro studiano regioni di formazione stellare?

In realtà è una persona sola.

Non mi dire...

Proprio così, ma è convinto di essere in due. Al momento è suo il record di 7.93 gradi Kelvin, ma vatti a fidare... sarei curioso di vedere che equazione del trasporto usa. Già. Secondo me, io posso arrivare almeno a 7.90. Ci puoi scommettere. Vedrai.

Qual è l’errore di queste misure?

Cosa sta insinuando?

L’errore delle misure.

Non ci sono errori nelle misure.

Dico le barre d’errore, avete presente la teoria degli errori?

Noi ci occupiamo di formazione stellare. Ben detto.

CHI RIMANE

COME È FATTO UN CAMIONISTA

La situazione perfetta in cui vedere una persona come realmente è, denudata da inibizioni sociali e false cortesie, sono i commenti anonimi in rete. Ovviamente con “anonimato” non intendo il semplice uso di uno pseudonimo. Fa ridere chi chiama “nome vero” il nome anagrafico e “nome falso” uno pseudonimo, confondendo la validità legale di un nome con la sua riconoscibilità pubblica. Non mi pare che qualcuno definisca “anonimi” Mel Brooks (Melvin Kaminsky), Rita Hayworth (Margarita Cansino) e Madonna (Maria qualcosa). Senza contare che lo pseudonimo che uno si sceglie da solo è molto più “vero” dello pseudonimo che gli viene affibbiato alla nascita da genitori e Stato.
L’anonimato è quella condizione in cui non si è riconoscibili e non si deve rispondere delle proprie azioni, ed è una condizione che rende la gente particolarmente sincera, molto più del vino. Su internet è facile essere anonimi, ci vogliono quindici secondi a creare un indirizzo email fittizio, aprire un account Facebook con un nome a caso e andare a importunare qualche grillino, cosa che peraltro non ho mai fatto, ma fuori da internet come si fa? Bisogna mettersi i baffi finti? Fare un accento straniero? E come fanno gli stranieri coi baffi? In realtà il modo più efficace di essere anonimi fuori da internet è rinchiudersi in un voluminoso esoscheletro di metallo dotato di clacson, ruote motrici e motore a scoppio. Solo così è possibile sguinzagliare se stessi in giro per il mondo senza nessuna paura, e non bisogna fare nemmeno la fatica di esprimersi verbalmente. Al sicuro nel proprio abitacolo, uno diventa un puro grumo di volontà senza nome, il cui unico scopo è arrivare dove vuole arrivare nel più breve tempo possibile, fosse anche al cimitero.
È per questo motivo che, se si vuole conoscere a fondo una persona, basta guardare come guida. Ci sono i paurosi, che guidano come se fossero nella giungla; i rissosi, che appena si sentono feriti nell’orgoglio ingaggiano un duello di clacson; i rigorosi, che se vedono un segnale tipo questo
spengono la macchina e proseguono a piedi; gli esteti, che considerano la segnaletica stradale puro ornamento; gli indecisi, che girano ore e ore attorno alla stessa rotatoria nella speranza che appaia il cartello giusto, e naturalmente la categoria più diffusa di tutte: gli imbecilli, quelli che usano i lampeggianti come fossero siluri fotonici (secondo me fanno anche il rumore con la bocca). Tutti i caratteri umani sono rappresentati nei modi di guidare, puri e evidenti come se fossero scritti sulla targa. Poi ci sono i camionisti, anzi il camionista.
Dico “il” camionista, perché in realtà si tratta di una sola persona con tanti corpi, cosa che si evince dal fatto che tutti i camion si comportano allo stesso modo in tutte le autostrade dell’universo: si buttano sulla tua corsia appena sei a tiro, sorpassano gli altri camion alla stessa velocità con cui crescono le unghie, viaggiano appiccicati uno all’altro come una specie di centipede umano, sfoggiano effigi di Padri Pii e donne nude (mai donne pie e padri nudi), si imbizzarriscono contro qualsiasi cosa non abbia le fattezze di un camion e, in generale, seguono un misterioso sistema di regole non scritte di cui solo loro sono a conoscenza, una specie di codice cavalleresco del camionista. Chi lo trasgredisce viene preso a clacsonate senza nessuna pietà. 
Un giorno, mentre osservavo un camion fermo davanti a me in una piazzola di sosta, mi sono chiesto: ma come sarà fatto un camionista, questa entità eterna e ubiqua? Avrà le sembianze previste dal suo stereotipo, cioè un energumeno grezzo e unto coi ciuffi di peli che gli escono dalle orecchie? O invece sarà completamente diverso, tipo un lombrico? Quali caratteristiche deve avere una creatura per poter sopportare una vita in autostrada, da solo, a quella velocità insostenibile? Per esempio, un autista di bus deve avere una grande capacità di concentrazione per ignorare tutti quelli che parlano col conducente, un tassista deve avere memoria, un pilota di Formula Uno deve riuscire a non addormentarsi, ma un camionista? Com’è fatto un camionista? Per togliermi la curiosità, mi sono avvicinato al camion e ho aperto la portiera. Non c’era nessuno.

ISTRUZIONI PER TROVARE POSTI SILENZIOSI

A me piace il progresso. Non sono uno di quelli che dice “ah, come si stava bene nel paleolitico, quando eravamo a contatto con la natura e le controversie venivano risolte in modo semplice e spontaneo: a mazzate sulla testa”. No, grazie. A me piace la civiltà, mi piace che si faccia la coda al supermercato, che ci si chieda gentilmente il permesso prima di accoppiarsi e, cosa non trascurabile, che sia io a mangiare gli animali e non viceversa. Uno come me nel paleolitico non sarebbe sopravvissuto neanche un minuto, tempo di mettere la testa fuori da mia madre e mi sarei preso la polmonite. Ora invece ho una medicina per tutto: lo sciroppo per la tosse, le pastiglie per lo stomaco, le gocce per la gente, per non parlare di internet. Come si faceva a vivere prima di internet? Se ora voglio il sushi, apro il computer e lo ordino. Prima uno cosa doveva fare? Uscire di casa? Ma siamo matti? Ciononostante devo dire che c’è una cosa, una sola, che invidio molto al passato: il silenzio.
Oggi sembra che tutto sia congegnato per cancellare il silenzio: clacson, suonerie, betoniere, persino in aereo, a undicimila metri di quota, c'è un casino pazzesco, e non mi si dica che è il rumore dei motori, per favore. È chiaramente un suono diffuso all’interno della cabina per coprire l’insostenibile silenzio che ci sarebbe a quella quota, perché, lo sappiamo, la gente non riesce a sopportare il silenzio, al massimo lo regge per un minuto, non di più. È come se il silenzio potesse rivelare qualcosa di terribile, qualcosa che sotto sotto tutti sanno ma non vogliono sentirsi dire.
Fra tutti gli strumenti che l'uomo ha ideato per eliminare il silenzio, ce n’è uno che li batte tutti: le canzoni. Lo scopo principale delle canzoni non è fare musica, come ingenuamente si crede, ma cancellare in modo sistematico e definitivo dall’esistenza umana ogni traccia di silenzio, anche la più piccola, e questo vale per tutte le canzoni, da Gigi D’Alessio ai Radiohead, su su fino ai Girls in Hawaii. Le canzoni sono dappertutto, nei bar, in palestra, nelle sale d’attesa, persino nei bagni pubblici, e anche se ti chiudi nel ripostiglio di casa tua e ti tappi le orecchie, le canzoni continueranno comunque a risuonarti nella testa con le loro melodie orecchiabili. Non vorrei sembrare esagerato, ma le canzoni sono la negazione ontologica del silenzio, perché non si limitano a coprirlo, cosa che può fare anche un banale neonato, ma lo annientano come possibilità. A causa delle canzoni, non è rimasto nessun posto sulla Terra dove si possa trovare un po’ di silenzio. Ecco una lista dei posti dove ultimamente l’ho cercato:
- Camera da letto.
- Box doccia.
- Cassetto delle posate.
- Bilbao.
- Monte Cimone.
Niente da fare, è più facile trovare un valigia con un milione di euro (piccola nota: non ho trovato nemmeno quella). Quindi? Quindi niente, sembrerebbe non esserci nessuna speranza. In realtà un piccolo posto silenzioso è rimasto, solo che non è un luogo fisico, ma un luogo dell’anima.

















Ah ah ah scherzo! Il giorno in cui scriverò seriamente “luogo dell’anima”, per favore qualcuno mi abbatta. Dicevo, un posto silenzioso c’è, ed è la musica, dove con “musica” intendo la musica cosiddetta classica, anche se sarebbe più corretto chiamarla “musica europea dal Cinquecento a oggi escluse le canzoni”, ma che qui per semplicità chiamerò, appunto, “musica”. A differenza delle canzoni, la musica non solo non cancella il silenzio, ma lo contiene, lo usa e in qualche caso particolarmente fortunato lo crea.
Il modo più brutale per vedere il contenuto di silenzio di un brano musicale è guardare la sua onda sonora. Questa è l’onda di Misses, una canzone che ho impiegato circa tre mesi a togliermi dalle orecchie.


Mentre questa è quella del primo movimento della quinta sinfonia di Beethoven


Mentre nella sinfonia ci sono i forte e i piano, i pianissimo, i piano pianissimo e addirittura le pause, la canzone è praticamente tutta sparata al massimo. Questo è ottenuto con la compressione dell’intervallo dinamico, un effetto molto usato nella musica leggera e che serve a rendere il volume uniforme. È per questo che le canzoni si prestano così bene a fare da tappezzeria sonora: sono sempre perfettamente udibili dall’inizio alla fine, senza il rischio di pericolosi silenzi.
Ma oltre al silenzio come assenza di suoni, c’è anche un altro tipo di silenzio, quello che si ha quando ciò che potrebbe essere detto non viene detto e, in certi casi, se è non detto bene, può essere più eloquente di ciò che viene detto. A differenza delle canzoni, dove tutto è esplicito e esibito come in un film porno, la musica parla anche attraverso quello che non dice. Prendiamo per esempio questa fuga del Clavicembalo Ben Temperato.


Le quattro voci iniziano a parlare una alla volta, si rispondono, si ripetono (nello stesso modo o capovolte), si inseguono e soprattutto qualche volta tacciono. Non parlano sempre tutte assieme, a volte sono in tre, in un paio di casi rimangono solo in due, ma le voci che tacciono non spariscono, sono sempre lì anche loro, potrebbero parlare ma per qualche motivo preferiscono stare in silenzio, ed è così bello ascoltare le persone che stanno in silenzio.

L'ANSIMATORE

Siccome ormai ho quell'età in cui bisogna iniziare a combattere il declino fisico, ho deciso di iscrivermi in palestra. In realtà non so se serve, ma almeno mi dà l'impressione di stare facendo qualcosa. È come con la fame nel mondo: compri le banane alternative che costano il triplo e poi ti senti a posto con la coscienza.
La palestra è un mondo strano, per qualche motivo le persone sono tutte vestite con colori catarifrangenti, ma senza triangolo segnaletico, e spesso hanno l'abitudine di rimanere ipnotizzate davanti alla propria immagine allo specchio, come i conigli con i fari delle macchine: non si capisce se sono attratti o spaventati. C'è quello che vuole dimagrire, quello che vuole chiacchierare, quello che vuole sconfiggere l'umanità col solo odore delle ascelle, e così via, ma per me il personaggio più curioso di tutti è l'ansimatore. 
Di sesso prevalentemente maschile, questo frequentatore di palestre si distingue dagli altri per il fatto che quando si allena, appunto, ansima. Ma non ansima come uno che ansima (quello tutti), ma come uno che viene sodomizzato da King Kong, non fa "ans... ans...", ma fa "mmmuaaaAAANS!!!" e quando finisce l'esercizio si guarda intorno tutto soddisfatto molleggiandosi sulle ginocchia, come se si aspettasse di essere applaudito. Un giorno, giuro, lo applaudo. Lo applaudo e gli dico "ti sto applaudendo in segno di scherno".
Per chi non avesse mai visto un ansimatore, è fatto così


ma senza muscoli.
L'ansimatore è convinto di essere molto più grosso di quello che in realtà è, per questo motivo si aggira per la palestra al rallentatore, come se si stesse trascinando dietro chili e chili di muscoli: tiene le braccia il più possibile staccate dal corpo, aggira gli ostacoli tenendosi a una distanza di sicurezza di circa 2,5 Schwarzenegger e ogni suo minimo movimento è fatto sempre con estrema cautela, come se avesse paura di abbattere i muri con una semplice gomitata. Questa sopravvalutazione della propria energumenicità lo porta a fare gli esercizi col doppio dei pesi che è in grado di sollevare, con i tristi risultati che si possono immaginare: non sembra uno che si allena, sembra uno con un malore. Naturalmente nessun istruttore può permettersi di correggerlo, l'ansimatore sa tutto: classifica i pettorali in alti, bassi, posteriori, anteriori e, credo, nasali, è convinto che l'acqua senza integratori sia veleno e segue una ferrea dieta Paleolitica, visto che in quella mitica età dell'oro gli uomini vivevano sulla Terra sani e muscolosi senza mangiare tutte le schifezze che ci sono ora (fargli notare che nel paleolitico si praticava il cannibalismo può non essere un'idea brillante).
Non parla volentieri, ma quando parla i suoi argomenti sono i seguenti:

• donne.

Ecco un esempio di dialogo fra due ansimatori:


Ciao, Frank. Ieri sera ho fatto uso di una donna.

Complimenti, James!

Grazie.

E com'era?

Morbida, profumata, tre fori.

Tre fori!?

Almeno.


Purtroppo le performance dell'ansimatore non si esauriscono nell'allenamento, ma proseguono anche nello spogliatoio, e questa è la parte più spiacevole della cosa. Per esempio la settimana scorsa, mentre ero seduto ad allacciarmi le scarpe, sento lo sportello della doccia che si apre "mmmuaaaAAANS!!!". È lui, senza accappatoio né niente, tutto fiero della propria nudità come un artista della propria opera (un'opera col pene). In genere, quando uno esce dalla doccia, si dà un'asciugata, si mette le mutande o qualsiasi altra cosa adibita a coprirsi le vergogne e poi, e sottolineo "poi", si dirige verso i fon per asciugarsi i capelli, ma lui no, lui prima di ogni cosa si deve asciugare i capelli e così, tutto nudo e sgocciolante, inizia a deambulare per lo spogliatoio. Io cerco di allacciarmi le scarpe il più in fretta possibile, ma ottengo solo il risultato di aggrovigliarmi come in una rete da pesca (grazie mamma! Questo è il risultato di avermi vestito e pettinato fino in terza media!). I fon sono tutti liberi, ci siamo solo io e lui in tutto lo spogliatoio, ma lui dove decide di andarsi a piazzare? Esatto.
Non ho il coraggio di girarmi, ma percepisco distintamente la presenza di un pene a pochi centimetri dal mio orecchio. "Grazie" vorrei dirgli, "molto carino, ma ne ho uno simile anch'io". Invece faccio finta di niente, sistemo le stringhe in un qualche modo e me ne vado. Capisco andare fieri del proprio corpo, può succedere, ma cosa ti fa pensare che mi faccia piacere contarti uno per uno i peli pubici?
So che quello che sto per dire potrà sembrare incredibile, è talmente incredibile che mi viene quasi il dubbio di essermelo immaginato, ma poco prima di chiudere la porta sono sicuro di averlo sentito parlare col suo pene. O forse viceversa.

POLLI E CHEF

Io non sono esattamente un filantropo. Sono una persona educata, paziente e con un talento naturale per il subire in silenzio, ma faccio fatica a interessarmi ai problemi altrui, non vado matto per animali e bambini (per me sono solo un problema igienico) e se faccio un favore a qualcuno, lo faccio solo perché mi sono incaponito nel voler essere quel tipo di persona che fa i favori, ma non li faccio con la gioia nel cuor. Certo, non mi piace vedere la gente che soffre, ma se capita mi limito a cambiare canale. Quindi, in estrema sintesi, non sono un filantropo e men che meno un cosiddetto buonista, ciononostante, se c’è una cosa che mi dà fastidio, è tutta questa dilagante avversione per gli stranieri. Non tanto per motivi etici, chi se ne frega dell’etica? L’etica è solo un trucco per fare del male agli altri continuando a sentirsi buoni. È una questione di logica: che differenza fa se il tuo vicino di casa è bianco, nero o verde? Per caso devi abbinarlo al divano? Giudicare una persona per le sue azioni o le sue idee è logico, giudicarla per come è colorata, pettinata o vestita è illogico, incredibilmente e fastidiosamente illogico. Infatti la gente non odia gli stranieri perché convinta che siano dei delinquenti, ma si convince che siano dei delinquenti perché li odia. Prima viene l’odio, poi tutto il resto. Se così non fosse non si spiegherebbe la gioia sfrenata con cui accoglie ogni notizia di cronaca nera quando il colpevole è uno straniero, è la gioia di chi riceve il via libera per odiare da Dio in persona.


Non sei tu che sei un razzista di merda, figliolo, sono loro che sono dei delinquenti.

Grazie, Dio! Lo sapevo!

Odia più che puoi, l’etica è dalla tua parte.

Posso odiare anche i vigili urbani?

Certo, hanno ucciso Carlo Giuliani.


Primo Levi, che era uno che se ne intendeva di queste cose, diceva che l’odio razziale è una cosa che viene spontanea anche ai polli.

L'avversione contro gli ebrei, impropriamente detta antisemitismo, è un caso particolare di un fenomeno più vasto, e cioè dell'avversione contro chi è diverso da noi. È indubbio che si tratti, in origine, di un fatto zoologico: gli animali di una stessa specie, ma appartenenti a gruppi diversi, manifestano fra loro fenomeni di intolleranza. Questo avviene anche fra gli animali domestici: è noto che una gallina di un certo pollaio, se viene introdotta in un altro, è respinta a beccate per vari giorni.

Ecco perché le pulizie etniche non passano mai di moda, come i jeans. Eppure gli esseri umani non sono polli. La cosa che mi fa diventare matto è: perché uno con un cervello così


si comporta come se avesse un cervello così?


Per tentare di capire, ho cercato di mettermi nei panni dei razzisti, cioè ho sostituito mentalmente gli stranieri con una categoria di persone che io disprezzo e che, se dipendesse da me, resterebbe rinchiusa a vita negli istituti alberghieri: gli chef.
Cosa proverei io se ogni anno arrivassero in Italia migliaia di tizi così?


Migliaia di narcisisti vestiti come la parodia di un cuoco della Disney, tutti convinti di essere grandi artisti, delle specie di Michelangelo dei fornelli, con la piccola differenza che le opere di Michelangelo durano secoli, mentre le opere di uno chef durano il tempo di andare in bagno. Come reagirei se nei tg vedessi barconi carichi di chef sbarcare sulle coste italiane? Uomini, donne, bambini, tutti chef, tutti vogliosi di farti provare i loro audaci abbinamenti culinari, cioè più o meno gli abbinamenti che faccio io quando ceno con quello che mi è rimasto in frigo: pizzoccheri col tonno, cetriolini sottaceto e maionese, solo che io non farei mai pagare una roba del genere 100 euro e, soprattutto, non avrei mai il coraggio di spacciarla per “tagliatelle di grano saraceno con tonno cilindrico, cetrioli mignon rifiniti all’aceto e ricordo di uova”. Questa gente è riuscita a far credere ai poveri che, se buttano via mezzo stipendio per mangiare cose a caso descritte in modo eufemistico, allora possono provare l’emozione di sentirsi ricchi per una sera. Peccato che un ricco non si farebbe mai infinocchiare in questo modo, altrimenti non sarebbe diventato ricco.
Ecco, se esistesse un populista che mi promettesse di espellere dall’Italia tutti gli chef o, che so, di potergli sparare se mi entrano in cucina, io dovrei fare davvero uno sforzo enorme per non andarlo a votare, ma alla fine penso che resisterei. In fondo preferisco seguire la logica invece che i polli.

IL TRASLOCO


ORECCHIE

Sono felice di annunciare che giovedì 18 maggio questo blog compirà 6 anni, 11 mesi e 13 giorni. Buon qualcosaversario, blog! È un traguardo importante, anche perché 6 più 11 più 13 fa 30, che è un numero interessante.
Per festeggiare l’evento, giovedì uscirà al cinema Orecchie, di cui ho scritto il soggetto (il trailer qui). Chi segue questo blog fin dalle origini potrà anche riconoscere nel film alcuni vecchi post che sono diventati finzione. Chi indovina quali sono riceverà in premio il mio personale permesso di bere un’altra birra quando tutto fa pensare che sarebbe meglio andare a dormire.
Lo so, sono molto generoso.