LE STRAORDINARIE PISTE CICLABILI DI BOLOGNA

Bologna è una città eccezionale: ci sono tanti bei palazzi antichi su cui scrivere liberamente i propri pensieri, si può gettare l’immondizia in strada senza che nessuno se ne accorga, per essere eleganti basta mettersi le mutande pulite, e, comodità delle comodità, non c’è mai il problema di trovare un bagno pubblico. Infatti a Bologna, da sempre città all’avanguardia, è stato installato il più grande vespasiano del mondo: Bologna. E che dire delle sue caratteristiche feste? Almeno una volta al mese, per le strade del centro storico, si celebra il famoso revival del ‘68, con scontri di piazza tra finti rivoluzionari e poliziotti veri. Divertentissimo. Alcune città hanno la sagra della lumaca, l’infiorata, la rificolona, Bologna ha la sessantottiade.
Ma il vero fiore all’occhiello di questa città sono le sue straordinarie piste ciclabili. In confronto l’Olanda è niente, anzi è Roma. Le piste ciclabili bolognesi sono molte meno che in Olanda, è vero, meno frequentate, e anche questo è vero, e decisamente meno ciclabili, tanto che forse sarebbe più corretto chiamarle “piste inciclabili”, ma ciò che queste piste non hanno in comodità, utilizzabilità, funzionalità, razionalità, praticità e tutto il resto, lo hanno in fantasia (la parola “fantasia” va immaginata circondata da tante stelline luccicanti).
Come si può vedere dalle seguenti foto, i progettatori bolognesi hanno pensato non solo al desiderio del ciclista di spostarsi con questo mezzo obiettivamente stravagante, ma anche al suo svago. Per esempio qui si può vedere uno dei tanti slalom fra i pali della luce.


Bello, vero? E chi lo gradisce può anche fermarsi in uno dei punti ristoro dislocati lungo i percorsi,


o farsi un comodo pisolino in un bidone dell’immondizia.


Che città civile e tollerante nei confronti di chi si ostina a non volersi muovere con la macchina, lo scooter o anche solo dei pattini a scoppio. E visto che chi perde tempo a usare questo antiquato mezzo di locomozione non ha poi tempo per i tanti piaceri della vita, come per esempio sbirciare i cantieri stradali, ci si premura di allestirne alcuni apposta per lui.


In questo modo anche il ciclista più ostinato potrà togliersi lo sfizio di fare l’umarell, magari anche solo per qualche secondo al giorno, senza dover nemmeno fare lo sforzo di scendere dalla sua amata biclicetta, o come cavolo si chiama. Ma siccome tutto questo non può andare a discapito della sicurezza, ci sono anche piste ciclabili per i crash test.


Giuro che al primo che mi dice che le piste ciclabili di Bologna fanno schifo, io rispondo “è vero!”, ma solo perché non mi piace contraddire gli altri.

COME NASCE UNA TEORIA DEL COMPLOTTO

In realtà non ne so niente, ma al giorno d’oggi questo non è un problema, giusto? Diciamo che questo post è un po’ come un discorso al bar. Per rendere tutto più credibile, ecco qua una birra.


Allora, ogni teoria del complotto è perlopiù riassumibile come segue: “Loro™ vogliono tenerci nascosta una cosa terribile (in gergo tecnico “puttanata”) allo scopo di derubarci e/o controllarci e/o ucciderci tutti”. Nota: per riconoscere una teoria del complotto è sufficiente osservare l’uso frequente del pronome “Loro™”, a volte anche senza “™”.

FASE 1: NASCITA
Per avere qualche possibilità di nascere e affermarsi, una teoria del complotto deve avere due caratteristiche fondamentali. La prima: deve essere bello crederci. “Bello” non nel senso che dica cose belle, anzi di solito queste teorie dicono cose terribili, ma nel senso che ci rassicuri nelle nostre certezze (“è tutta colpa Loro™”) e offra spiegazioni semplici a problemi complessi (“non c’è niente da capire, sono Loro™”). Una teoria del complotto che dicesse “quello che ci tengono nascosto è che sei un cretino” avrebbe scarsissime probabilità di diffondersi.
La seconda importante caratteristica di una buona teoria del complotto è che a metterla in giro deve essere uno scienziato o, in mancanza di meglio, uno che si spacci come tale.
È davvero curioso: grazie a queste teorie una persona può sfogare tutta la sua avversione per la scienza, eppure quella stessa persona ha bisogno di illudersi di stare seguendo la scienza. Io sono arrivato alla conclusione che questi individui che usano il loro status di scienziati per dire cose antiscientifiche per compiacere le masse, tipo che la sperimentazione animale è inutile (Marco Mamone Capria, matematico, Università di Perugia), che i vaccini contengono metalli pesanti (Maria Antonietta Gatti, fisico, Università di Modena-Reggio Emilia), che l’AIDS si può curare con lo yogurt (Marco Ruggiero, biologo molecolare, Università di Firenze) e così via, e poi pubblicano i loro risultati non su riviste peer review, ma su riviste open access, sui loro blog, su Facebook, sui libri di Feltrinelli o Einaudi o eccetera, questi individui, dicevo, sono il Male Assoluto.

FASE 2: DIFFUSIONE
Non è detto che una teoria del complotto percorra tutte le fasi qui elencate, alcune teorie nascono e muoiono nel giro di un meme, ma in ogni caso, se una teoria riesce a sopravvivere, il suo percorso sarà questo. È come per la vita umana, se uno ha la fortuna di arrivare alla vecchiaia, le fasi della sua vita saranno: nascita, infanzia, pubertà, masturbazione, masturbazione in due, patetici tentativi di masturbazione e morte.
La fase 2 di una teoria del complotto è la sua diffusione. A differenza delle teorie scientifiche, che si diffondono perché sono convincenti, le teorie del complotto si diffondono semplicemente perché vengono ripetute, esattamente come le leggende metropolitane. Questo è stato spiegato molto bene da Martin Heidegger nel 1927, quando in “Essere e Tempo” ha descritto il funzionamento di Facebook.

E poiché il discorso ha perso, o non ha mai raggiunto, il rapporto ontologico originario con l’ente di cui si discorre, ciò che esso comunica non è l’appropriazione originaria di questo ente, ma la diffusione e la ripetizione del discorso. Ciò-che-è-stato detto come tale si diffonde in cerchie sempre più larghe e ne trae autorità. Le cose stanno così perché così si dice. In questa diffusione e in questa ripetizione del discorso, nelle quali l’incertezza iniziale in fatto di fondamento si aggrava fino a diventare infondatezza, si costituisce la chiacchiera.

“Chiacchiera” è il termine che la filosofia d’inizio Novecento usava per “puttanata”. Quando le puttanate si propagavano con il semplice passaparola, ci potevano volere anni prima che si diffondessero in un numero sufficientemente preoccupante di persone, con i giornali ci vuole qualche mese, con la TV settimane. Oggi scrivi su Facebook “A MORTE LE STREGHE” e due minuti dopo stanno già allestendo un rogo a Sydney.

FASE 3: MOBILITAZIONE
Gruppi più o meno organizzati iniziano a manifestare, protestare e fare altre cose rumorose, mentre i partiti politici di tutte le tendenze li snobbano senza pietà, magari col solenne suggello di un comunicato Presidenziale: “dare credito a una simile puttanata mette in pericolo il futuro dei nostri figli”.

FASE 4: APPROFITTAMENTO
Tutto questo tenderebbe pian piano a scomparire, se non fosse che un giorno a qualcuno viene in mente che con questa teoria ci si possono fare i soldi. Al momento non sono molti quelli che la conoscono e ci credono, forse sono solo lo 0,1%, ma lo 0,1% di 60 milioni è 60 mila, e se uno riesce a vendere un rimedio anti-puttanata o un libro pro-anti-puttanata anche solo alla metà di queste persone a un prezzo di, diciamo, 10 euro, fanno 300 mila euro. Buttali via…

FASE 5: DIBATTITO
L’esistenza di un approfittatore dotato di discrete capacità retoriche e possibilmente carisma (in gergo tecnico “ciarlatano”) genera dibattiti televisivi. Qui, alla presenza di un conduttore, si confrontano il ciarlatano e un esperto a caso preso fra le migliaia di esperti esistenti al mondo. Il conduttore dovrà mostrarsi imparziale, cioè mettere il ciarlatano e l’esperto sullo stesso piano. Il ciarlatano insulta, sghignazza, fa il verso della mucca, ma, il solo fatto che sia in televisione a parlare con una persona seria, lo rende automaticamente serio. I ciarlatani vivono della serietà riflessa dalle persone serie che si mettono a discutere con loro. Questo genera proseliti.

FASE 6: PARTITO
Quando la percentuale di persone che credono alla teoria del complotto supera la soglia di sbarramento per le elezioni politiche, appare almeno un partito che ne sostiene la causa. Tale partito avrà la caratteristica di non essere né di destra né di sinistra, ma il “né di destra” è detto con meno convinzione.

FASE 7: MAINSTREAM
Il suddetto partito piace e il motivo per cui piace, si dice, è che dice le cose come stanno, cioè insulta, sghignazza e fa il verso della mucca. Questo fa sì che tutti gli altri partiti cambino improvvisamente atteggiamento: “ignorare un simile tema mette in pericolo il futuro dei nostri figli”.

FASE 8. FINALE
L’ottava e ultima fase di una teoria del complotto, se mai ci si arriva, è la più spettacolare, di certo quella che meglio si ricorda. Prima, però, un'altra birra.


Milioni di morti.

ASPETTANDO ANCORA PRETI

Dopo i primi ventiquattro episodi di “Preti” (chi non li ha mai visti li trova qui), dal 16 ottobre ne metterò on line altri ventiquattro. Il titolo sarà “Ancora Preti” e le voci saranno sempre di Guglielmo Favilla e Fabrizio Odetto, che nella foto qui sotto possiamo vedere mentre ripassano i dialoghi e pensano “ma perché ha stampato tutto con interlinea singola”?


Oltre ai due preti, nella nuova serie ci saranno tanti altri personaggi. Ci sarà Manuel,


Dio,


quell’altro Dio,


l’Ayatollah,


Superpriest,


un tirannosauro invisibile,















tanti vescovi,


e una donna.


Nel caso uno non si ricordi i vecchi episodi, non serve che se li riguardi tutti, per l’occasione ho preparato un riassunto di due minuti. Prego la regia di far partire il filmato.

BILANCIA

10 REGOLE D'ORO PER VIVERE SERENI

1.
Quando hai dei sintomi che ti preoccupano (un dolore intercostale, un prurito inesistente, una macchia, nessuna macchia, cose di questo tipo) mai cercare informazioni su internet. Con internet dopo tre click sei già arrivato al tumore. Se non ti senti bene, vai dal tuo medico di base e lasciati rassicurare dalla sua incompetenza.

2.
Non cercare mai gli occhiali quando sei senza occhiali, è inutile. Siediti da qualche parte e aspetta, prima o poi ritorneranno.

3.
Leggi solo giornali in lingue che non conosci.

4.
Non metterti mai a discutere con degli sconosciuti, rischi solo di innervosirti. Che ti importa di persone a cui non tieni? Dai sempre ragione a tutti e, quando uno ti nomina la sua città natale, tu digli sempre “magnifica città, non credo esista posto più bello al mondo”, lo farai contento.
Esempio.


Io sono di Busto Arsizio.

Magnifica città, non credo esista posto più bello al mondo.

È orribile.

Hai ragione.


5.
Se per caso ti capita di sporcarti d’olio mentre apri una scatoletta di tonno, mi raccomando, non farti prendere dal panico. Devi resistere alla tentazione di versarti tutta la scatoletta sulle mani e spalmartela rabbiosamente addosso come fosse sapone. Respira profondamente e conta fino a cento, anzi, 1016. Che sarà mai un po’ d’olio? Se stai cenando con una scatoletta di tonno, i tuoi problemi sono altri.

6.
Rinuncia a cercare una logica nel comportamento umano, altrimenti finirai col perdere il senno e ti istupidirai come un qualsiasi babbeo. È successo a molti. Per esempio conoscevo un tizio che era uno stimato professionista nel ramo del commercio degli arredi da bagno, finché, un giorno, si è chiesto com’è possibile che alcuni si lamentino giorno e notte dei cosiddetti “politici corrotti” e poi, come se niente fosse, pretendano di essere pagati in nero. Il giorno dopo si è svegliato così


7.
Non fotografarti, così non saprai mai che sei invecchiato.

8.
Quando ti accorgi che uno sta cercando di fregarti, cerca di facilitargli il compito, così almeno si sbriga. Opporsi non serve a niente, prolunghi solo l'agonia. Io, quando uno mi si avvicina per propormi un “affare”, gli do direttamente 50 euro.

9.
Non iniziare mai a bere Champagne, è come la famosa pillola rossa di Morpheus: dopo che l’avrai presa, ogni altro vino ti sembrerà succo di frutta scaduto.

10.
Cerca di vedere le persone come se fossero cavalli, tutto ti sembrerà più accettabile.

L'ABISSO

CIOLEK & BASU

Iniziamo?

Vorrei aspettare il signor Ciolek, se non le spiace.

Sono io.

Ah, mi scusi... allora intendevo dire che vorrei aspettare il signor Basu.

Io sono il signor Basu.

Pensavo che Ciolek & Basu fossero due persone diverse.

È così, io sono Ciolek e io sono Basu. Possiamo iniziare ora?

Di cosa vi occupate?

Regioni di formazione stellare.


WOW!

In banda radio.


Wow...

Già.

E poi?

Basta.

Formazione stellare, quindi.

Esatto. Io mi occupo della formazione e io dello stellare, poi incrociamo i dati e vediamo che fare. Saper organizzare bene il lavoro vuol dire molto, concordo pienamente. In cucina, per esempio, diglielo, io mi occupo del cibo e io delle stoviglie. Separatamente.

Da quanto tempo studiate la formazione stellare?

Oggi è lunedì?

Sì.

Da sempre.

E non avete ancora finito?

È un campo di ricerca molto vasto. Ancora oggi non si sa quasi nulla delle regioni di formazione stellare, si sa cosa sono, di cosa sono composte, come si formano, da cosa si formano, cosa formano, come, quando e perché, ma per esempio non si sa la loro temperatura, o meglio, non si sa la loro temperatura al centro, cioè la si sa, ma non con la precisione necessaria per poter dire che la si sappia con la precisione necessaria. Per esempio noi abbiamo scoperto che non è 7.98 gradi Kelvin come tutti pensano.

Ah, no?

È 7.96.

Affascinante... e cosa pensate del problema della materia oscura?

Noi ci occupiamo di formazione stellare.

Esiste vita nell’universo?

Non lo so, ma se esiste e si trova al centro di una regione di formazione stellare, la sua temperatura è 7.96 gradi Kelvin. Aspetta! Cosa? 7.95. Sul serio? Giuro! Non mi stai prendendo in giro? Lo sai che non scherzo mai sulla temperatura delle regioni di formazione stellare. Bisogna festeggiare! Crutcher & Troland stiamo arrivando!

Crutcher & Troland?

È la concorrenza.

Anche loro studiano regioni di formazione stellare?

In realtà è una persona sola.

Non mi dire...

Proprio così, ma è convinto di essere in due. Al momento è suo il record di 7.93 gradi Kelvin, ma vatti a fidare... sarei curioso di vedere che equazione del trasporto usa. Già. Secondo me, io posso arrivare almeno a 7.90. Ci puoi scommettere. Vedrai.

Qual è l’errore di queste misure?

Cosa sta insinuando?

L’errore delle misure.

Non ci sono errori nelle misure.

Dico le barre d’errore, avete presente la teoria degli errori?

Noi ci occupiamo di formazione stellare. Ben detto.

CHI RIMANE

COME È FATTO UN CAMIONISTA

La situazione perfetta in cui vedere una persona come realmente è, denudata da inibizioni sociali e false cortesie, sono i commenti anonimi in rete. Ovviamente con “anonimato” non intendo il semplice uso di uno pseudonimo. Fa ridere chi chiama “nome vero” il nome anagrafico e “nome falso” uno pseudonimo, confondendo la validità legale di un nome con la sua riconoscibilità pubblica. Non mi pare che qualcuno definisca “anonimi” Mel Brooks (Melvin Kaminsky), Rita Hayworth (Margarita Cansino) e Madonna (Maria qualcosa). Senza contare che lo pseudonimo che uno si sceglie da solo è molto più “vero” dello pseudonimo che gli viene affibbiato alla nascita da genitori e Stato.
L’anonimato è quella condizione in cui non si è riconoscibili e non si deve rispondere delle proprie azioni, ed è una condizione che rende la gente particolarmente sincera, molto più del vino. Su internet è facile essere anonimi, ci vogliono quindici secondi a creare un indirizzo email fittizio, aprire un account Facebook con un nome a caso e andare a importunare qualche grillino, cosa che peraltro non ho mai fatto, ma fuori da internet come si fa? Bisogna mettersi i baffi finti? Fare un accento straniero? E come fanno gli stranieri coi baffi? In realtà il modo più efficace di essere anonimi fuori da internet è rinchiudersi in un voluminoso esoscheletro di metallo dotato di clacson, ruote motrici e motore a scoppio. Solo così è possibile sguinzagliare se stessi in giro per il mondo senza nessuna paura, e non bisogna fare nemmeno la fatica di esprimersi verbalmente. Al sicuro nel proprio abitacolo, uno diventa un puro grumo di volontà senza nome, il cui unico scopo è arrivare dove vuole arrivare nel più breve tempo possibile, fosse anche al cimitero.
È per questo motivo che, se si vuole conoscere a fondo una persona, basta guardare come guida. Ci sono i paurosi, che guidano come se fossero nella giungla; i rissosi, che appena si sentono feriti nell’orgoglio ingaggiano un duello di clacson; i rigorosi, che se vedono un segnale tipo questo
spengono la macchina e proseguono a piedi; gli esteti, che considerano la segnaletica stradale puro ornamento; gli indecisi, che girano ore e ore attorno alla stessa rotatoria nella speranza che appaia il cartello giusto, e naturalmente la categoria più diffusa di tutte: gli imbecilli, quelli che usano i lampeggianti come fossero siluri fotonici (secondo me fanno anche il rumore con la bocca). Tutti i caratteri umani sono rappresentati nei modi di guidare, puri e evidenti come se fossero scritti sulla targa. Poi ci sono i camionisti, anzi il camionista.
Dico “il” camionista, perché in realtà si tratta di una sola persona con tanti corpi, cosa che si evince dal fatto che tutti i camion si comportano allo stesso modo in tutte le autostrade dell’universo: si buttano sulla tua corsia appena sei a tiro, sorpassano gli altri camion alla stessa velocità con cui crescono le unghie, viaggiano appiccicati uno all’altro come una specie di centipede umano, sfoggiano effigi di Padri Pii e donne nude (mai donne pie e padri nudi), si imbizzarriscono contro qualsiasi cosa non abbia le fattezze di un camion e, in generale, seguono un misterioso sistema di regole non scritte di cui solo loro sono a conoscenza, una specie di codice cavalleresco del camionista. Chi lo trasgredisce viene preso a clacsonate senza nessuna pietà. 
Un giorno, mentre osservavo un camion fermo davanti a me in una piazzola di sosta, mi sono chiesto: ma come sarà fatto un camionista, questa entità eterna e ubiqua? Avrà le sembianze previste dal suo stereotipo, cioè un energumeno grezzo e unto coi ciuffi di peli che gli escono dalle orecchie? O invece sarà completamente diverso, tipo un lombrico? Quali caratteristiche deve avere una creatura per poter sopportare una vita in autostrada, da solo, a quella velocità insostenibile? Per esempio, un autista di bus deve avere una grande capacità di concentrazione per ignorare tutti quelli che parlano col conducente, un tassista deve avere memoria, un pilota di Formula Uno deve riuscire a non addormentarsi, ma un camionista? Com’è fatto un camionista? Per togliermi la curiosità, mi sono avvicinato al camion e ho aperto la portiera. Non c’era nessuno.

ISTRUZIONI PER TROVARE POSTI SILENZIOSI

A me piace il progresso. Non sono uno di quelli che dice “ah, come si stava bene nel paleolitico, quando eravamo a contatto con la natura e le controversie venivano risolte in modo semplice e spontaneo: a mazzate sulla testa”. No, grazie. A me piace la civiltà, mi piace che si faccia la coda al supermercato, che ci si chieda gentilmente il permesso prima di accoppiarsi e, cosa non trascurabile, che sia io a mangiare gli animali e non viceversa. Uno come me nel paleolitico non sarebbe sopravvissuto neanche un minuto, tempo di mettere la testa fuori da mia madre e mi sarei preso la polmonite. Ora invece ho una medicina per tutto: lo sciroppo per la tosse, le pastiglie per lo stomaco, le gocce per la gente, per non parlare di internet. Come si faceva a vivere prima di internet? Se ora voglio il sushi, apro il computer e lo ordino. Prima uno cosa doveva fare? Uscire di casa? Ma siamo matti? Ciononostante devo dire che c’è una cosa, una sola, che invidio molto al passato: il silenzio.
Oggi sembra che tutto sia congegnato per cancellare il silenzio: clacson, suonerie, betoniere, persino in aereo, a undicimila metri di quota, c'è un casino pazzesco, e non mi si dica che è il rumore dei motori, per favore. È chiaramente un suono diffuso all’interno della cabina per coprire l’insostenibile silenzio che ci sarebbe a quella quota, perché, lo sappiamo, la gente non riesce a sopportare il silenzio, al massimo lo regge per un minuto, non di più. È come se il silenzio potesse rivelare qualcosa di terribile, qualcosa che sotto sotto tutti sanno ma non vogliono sentirsi dire.
Fra tutti gli strumenti che l'uomo ha ideato per eliminare il silenzio, ce n’è uno che li batte tutti: le canzoni. Lo scopo principale delle canzoni non è fare musica, come ingenuamente si crede, ma cancellare in modo sistematico e definitivo dall’esistenza umana ogni traccia di silenzio, anche la più piccola, e questo vale per tutte le canzoni, da Gigi D’Alessio ai Radiohead, su su fino ai Girls in Hawaii. Le canzoni sono dappertutto, nei bar, in palestra, nelle sale d’attesa, persino nei bagni pubblici, e anche se ti chiudi nel ripostiglio di casa tua e ti tappi le orecchie, le canzoni continueranno comunque a risuonarti nella testa con le loro melodie orecchiabili. Non vorrei sembrare esagerato, ma le canzoni sono la negazione ontologica del silenzio, perché non si limitano a coprirlo, cosa che può fare anche un banale neonato, ma lo annientano come possibilità. A causa delle canzoni, non è rimasto nessun posto sulla Terra dove si possa trovare un po’ di silenzio. Ecco una lista dei posti dove ultimamente l’ho cercato:
- Camera da letto.
- Box doccia.
- Cassetto delle posate.
- Bilbao.
- Monte Cimone.
Niente da fare, è più facile trovare un valigia con un milione di euro (piccola nota: non ho trovato nemmeno quella). Quindi? Quindi niente, sembrerebbe non esserci nessuna speranza. In realtà un piccolo posto silenzioso è rimasto, solo che non è un luogo fisico, ma un luogo dell’anima.

















Ah ah ah scherzo! Il giorno in cui scriverò seriamente “luogo dell’anima”, per favore qualcuno mi abbatta. Dicevo, un posto silenzioso c’è, ed è la musica, dove con “musica” intendo la musica cosiddetta classica, anche se sarebbe più corretto chiamarla “musica europea dal Cinquecento a oggi escluse le canzoni”, ma che qui per semplicità chiamerò, appunto, “musica”. A differenza delle canzoni, la musica non solo non cancella il silenzio, ma lo contiene, lo usa e in qualche caso particolarmente fortunato lo crea.
Il modo più brutale per vedere il contenuto di silenzio di un brano musicale è guardare la sua onda sonora. Questa è l’onda di Misses, una canzone che ho impiegato circa tre mesi a togliermi dalle orecchie.


Mentre questa è quella del primo movimento della quinta sinfonia di Beethoven


Mentre nella sinfonia ci sono i forte e i piano, i pianissimo, i piano pianissimo e addirittura le pause, la canzone è praticamente tutta sparata al massimo. Questo è ottenuto con la compressione dell’intervallo dinamico, un effetto molto usato nella musica leggera e che serve a rendere il volume uniforme. È per questo che le canzoni si prestano così bene a fare da tappezzeria sonora: sono sempre perfettamente udibili dall’inizio alla fine, senza il rischio di pericolosi silenzi.
Ma oltre al silenzio come assenza di suoni, c’è anche un altro tipo di silenzio, quello che si ha quando ciò che potrebbe essere detto non viene detto e, in certi casi, se è non detto bene, può essere più eloquente di ciò che viene detto. A differenza delle canzoni, dove tutto è esplicito e esibito come in un film porno, la musica parla anche attraverso quello che non dice. Prendiamo per esempio questa fuga del Clavicembalo Ben Temperato.


Le quattro voci iniziano a parlare una alla volta, si rispondono, si ripetono (nello stesso modo o capovolte), si inseguono e soprattutto qualche volta tacciono. Non parlano sempre tutte assieme, a volte sono in tre, in un paio di casi rimangono solo in due, ma le voci che tacciono non spariscono, sono sempre lì anche loro, potrebbero parlare ma per qualche motivo preferiscono stare in silenzio, ed è così bello ascoltare le persone che stanno in silenzio.